
Le Fornacine
Prima di essere una casa, è stata una fornace: qui si cuocevano i mattoni, le tegole e gli orci della fattoria di Grignano.
Due secoli e mezzo dopo, l'architetta Hayatt Morales l'ha scelta, studiata e riportata alla vita.
Il legno è arrivato alla fine.
E con lui, la casa.
Una fornace, prima.
Il nome non è un vezzo: è un mestiere. Le Fornacine nasce come fornace della fattoria di Grignano, la tenuta dei marchesi Gondi, per cuocere i mattoni, le tegole e gli orci da olio dei poderi della valle. Il luogo lo sceglie la produzione: la strada piana per i carri, l'acqua del fosso e della Sieve, l'argilla dei versanti vicini.
La parte più antica è quella centrale, con la torre colombaria e il loggiato a cinque archi rivolto all'aia. Spenta la fornace, per un secolo è stata casa contadina, rimasta quasi intatta dal dopoguerra. Poi, questo progetto.
Nella tenuta dei marchesi Gondi si cuociono mattoni, tegole e orci da olio per i poderi della valle. Le Fornacine nasce così: un mestiere, prima ancora che una casa.
L'agrimensore Raffaello Paganelli documenta la Fornace nella cartografia della comunità di Pontassieve, segnata lungo la strada che segue il corso della Sieve.
Nel catasto leopoldino il podere compare, per una breve parentesi, con il nome di Vico Basso.
Spenta la produzione del cotto, l'edificio diventa dimora contadina: lo resterà per quasi un secolo, rimasto pressoché intatto dal dopoguerra.
Verso Grignano sorge una nuova fornace. Alla vecchia resta il diminutivo affettuoso che porta ancora oggi: Le Fornacine.
Una relazione storica e il rilievo dell'edificio ricostruiscono duecentocinquant'anni di vita e preparano il restauro conservativo.
Dopo quattro anni e mezzo di cantiere, Le Fornacine torna a essere una casa. Abitata.



carte e ricostruzioni dalla relazione storica · geom. e. corelli, 2019

Prima del progetto, lo studio.
Un edificio riconosciuto di valore storico e culturale non si ristruttura a mano libera. Prima ancora del cantiere, una relazione storica ne ha ricostruito la vicenda: è da lì che è partita ogni decisione.
Redatta nel 2019 dal geometra E. Corelli, la relazione incrocia mappe, catasti e censimenti con il rilievo diretto dell'edificio. Non un elenco di date, ma la logica di una crescita: dove finisce il nucleo settecentesco della fornace e dove cominciano gli ampliamenti, quale muro racconta la produzione del cotto e quale la casa contadina venuta dopo.
È la carta d'identità dell'edificio, e insieme il suo vincolo: fissa cosa si conserva e cosa si può rinnovare. Da qui la natura dell'intervento — un restauro conservativo, che rinnova la funzione senza cancellare il carattere — e la rotta di tutto ciò che è venuto dopo, fino alla scelta e alla posa dei pavimenti.
Un diamante grezzo.
Il restauro porta la firma della committente, l'architetta Hayatt Morales. Messicana, un passato sul recupero delle chiese di Oaxaca ferite dal terremoto, poi una vita a Houston. Cercava una casa vicino a Firenze — ma non in città: «vengo da Città del Messico, mi bastava». L'ha trovata online, dall'altra parte del mondo.
Al primo sguardo: gli archi del portico, la torre, la pietra. Dove altri vedevano un rudere, lei vedeva già la casa che sarebbe diventata.

«Me ne sono innamorata per gli archi. Quel portico lo conoscevo già: in Messico è l'architettura delle nostre case.»
Il «diamante grezzo» era questo: una fornace di fattoria spenta da un secolo, la pietra a vista, la vecchia struttura in rovina. Da lì è partito tutto.


«Era grezza, pietra viva. Ma vedevo già il risultato prima dei lavori: un diamante da tagliare.»
La sua idea di casa non seguiva la pianta italiana fatta di tante stanze: spazi aperti, e ogni camera con il proprio bagno. Sotto lo stesso tetto, ma ognuno con i suoi spazi. Tradotta disegno dopo disegno insieme ai progettisti dello Studio Feri, dentro i vincoli di un edificio tutelato. Quattro anni e mezzo di cantiere.


«Ogni stanza con il suo bagno: per me era irrinunciabile. La privacy, per chi abita e per chi è ospite.»
Il legno, alla fine.
Naturæ entra in scena nelle fasi finali, quando la casa ha ritrovato la sua forma e manca l'ultima mano: i pavimenti in legno, posati ambiente per ambiente dalla squadra di Fabio Canestrini. È il passaggio in cui un cantiere torna a essere una casa.
Per la committente, dopo anni in cui il traguardo non si vedeva, è stato il momento in cui la fatica ha preso senso.

«Per anni non vedevo il traguardo. Poi è arrivato il legno e ho visto la casa finita: è stata la luce in fondo al tunnel.»
La casa, oggi.
fotografie · federico asole









«Mi riempie il cuore che qualcuno riesca a vedere quello che io avevo visto fin dall'inizio.»

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